Il Castel Baradello è sito all'ingresso sud di Como, verso Milano, ove è ben visibile il suo Costituito massiccio torrione quadrato.
Sorto intorno al 1158, ai tempi delle guerre con Milano, insieme alle nuove mura volute dal Barbarossa, sui resti di precedenti fortificazioni. L'intevento era seguito alla conclusione della cosiddetta Guerra decennale (1118-1127), conclusasi con la distruzione di Como e delle sue mura , ad opera del Comune di Milano, anche per vendetta rispetto alla precedente partecipazione dei comaschi alla distruzione di Milano voluta dall'Imperatore. Il castello è solo una delle molte testimonianze superstite di detto intervento, che comprende anche le imponenti torri di Porta Torre, Torre di San Vitale e Porta Nuova, o Torre Gattoni.Il torrione del castello è preceduto da un'altra fortezza, più vasta, dotata di una cisterna per la raccolta dell'acqua e anticamente raccordata a un muraglione posto a valle, a chiudere l'accesso della città. La località si chiama, ancor oggi, Camerlata. Il complesso fortificato venne rimaneggiato (con innalzamento del torrione) dai Visconti, probabilmente ad opera di quello stesso Azzone che si era impossessato della città nel 1335 e che aveva realizzato il Castello della Torre Rotonda e la cittadella. Venne smantellato, nel 1527, dagli spagnoli, per impedire che cadesse in mano alle truppe francesi, che invadevano la Lombardia.
Oggi parte del Parco della Spina Verde.
Il colle Baradello costituisce l'estremità orientale della Spina Verde di Como, istituita nel 1993 come Parco Regionale di Cintura Metropolitana a tutela delle risorse ambientali e culturali esistenti nella boscosa dorsale collinare che chiude sul lato ovest la convalle di Como rispetto all'alta pianura lombarda. Il nome Baradello ha un'etimologia riconducibile alla radice indoeuropea bar e al vocabolo celtico Barrus che significa luogo elevato. La situazione orografica con altitudine fino a 430 m.slm. e collocazione all'ingresso sud di Como e del lago, la grande panoramicità sulla pianura verso Milano, la Brianza e l'area prealpina e le possibilità di collegamenti strategici col circostante territorio attraverso percorsi che si articolano nelle tre tipologie fondamentali, quelli di crinale e quelli radiali o di sella, più primordiali e quello pianificato di fondovalle, stabilizzatosi in epoche storiche - hanno determinato il costante utilizzo del colle dall'epoca protostorica a quella storica con funzioni diverse che nelle varie epoche sono state di tipo difensivo, semaforico, - cioè di segnalazione - e daziario. Veramente cospicue sono le emergenze monumentali, storiche e archeologiche esistenti su questa relativamente poco estesa collina: il massiccio torrione romanico che si staglia sulla sommità è il Castello Baradello: sorse alla metà del XII secolo, al tempo dell'Imperatore Federico Barbarossa, preceduto da un'altra fortezza originaria, più vasta e probabilmente cinta da mura raccordate a un altro baluardo difensivo posto più in basso, alle falde sud del colle; esso dette il nome alla sottostante Ca' Merlata, nella attuale località Camerlata, tutt'ora punto nodale d'accesso alla città per quanti provengono dalle direzioni padane di Milano, Varese e Cantù-Brianza.
Già in epoche antichissime il colle Baradello era raggiunto da un percorso principale di crinale, essenziale per spostamenti sicuri e a lungo raggio e che era già sfruttato dalle primitive popolazioni Liguri e della Cultura di Golasecca che abitavano il versante sud delle colline ed avevano nella piana sottostante la loro grande necropoli, con un sito principale noto ora come Cà Morta. Sulla dorsale della spina Verde è oggi visitabile il sito archeologico con l'Abitato preistorico di Pian Valle. Dalla tipologia dei reperti provenienti dalla tomba preistorica rinvenuta sul Baradello e ora nei Civici Musei di Como, si ritiene che la collina fosse abitata come centro demico organizzato nel periodo che va dal IX/VII secolo a.c. fino alla conquista romana da parte del Console Marcello nel 196 a.C. Come ci tramanda Tito Livio, i Romani occuparono nel circondario di Comum Oppidum anche 28 Castella , cioè Castellieri fortificati costruiti in zone elevate con ottima visibilità: è probabile che uno di questi sorgesse proprio sul Baradello, in collegamento visivo con altri, sia quelli posti sullo stesso crinale nelle immediate colline della Spina Verde, cioè sui monti Caprino e Croce, sia con altri, più lontani, e tutti inseriti in un embrionale sistema strategico che si estendeva in Brianza e nella bassa comasca per es. sul Monte Tre Croci, a Montorfano e a Rodero.
In epoca storica, iniziata a Como con l'occupazione Romana, il colle Baradello ebbe funzione preminente di area fortificata e di elemento semaforico a cavaliere anche del percorso radiale di sella, corrispondente ora al Parco delle Rimembranze, oltre che di quello pianificato di fondovalle cioè la via Regina, che lambiva le colline a un livello leggermente sopraelevato rispetto all'abitato romano; la Como romana era stata nel frattempo rifondata nella piena convalle ove si trova la Como attuale da Giulio Cesare nel 50-55 a.C col nome di Novum Comum. Vari reperti romani e tardo antichi rinvenuti in loco, tra cui molte monete, suggeriscono l'utilizzo rurale e militare del colle in queste epoche. Ricordiamo anche il suo ruolo di avamposto militare in epoca Bizantina quando, con il nome di Castron Baractelia viene annoverato dallo storico Giorgio da Cipro nella sua Descriptio orbis romani (647 d.C.) fra le fortificazioni del Limes Bizantinum, confine nord dell'impero ed estremo baluardo dell'ultima romanità contro i Barbari del nord Europa.
Da sempre orgogliosi della propria libertà, i ceti cittadini della Lombardia medievale erano ben coscienti della differenza che intercorreva tra quanti vivevano ancora nella campagna, soggetti al Signore feudale, e chi esercitava liberamente la propria professione fra le mura cittadine, pur sottoposto all' autorità vescovile, che per concessione regia o di fatto si era estesa dal campo spirituale alla stessa amministrazione civile. Accanto al potere del Vescovo, nelle città lombarde, si era però lentamente affiancata una nuova magistratura, che rappresentava l'intera civitas e ne incarnava le insindacabili prerogative: i Consoli. Dapprima in collaborazione con il Vescovo della città, poi in sostituzione di esso, i consoli, eletti in numero variabile dall'assemblea della cittadinanza, Arengo, avevano competenze esecutive e di rappresentanza. Esponenti soprattutto di un ceto feudale che si era precocemente inurbato ed aveva servito il Vescovo, essi incarnavano le tradizioni di libertà ed autonomia proprie della vita cittadina italiana, costituendo il braccio del governo che era organizzato nel cosiddetto Comune. Tra le città comunali una posizione di preminenza spettava a Milano. Forte della strategica posizione geografica nella piana Padana ed ammantato del prestigio di ospitare la sede metropolitana di S. Ambrogio, il capoluogo lombardo elesse i primi Consoli sul finire del XII secolo, espressione del ceto dei cosiddetti Capitanei, ma anche di quei semplici Cives - mercanti, artigiani e soprattutto uomini di legge e di cultura- che con la propria opera costruivano ogni giorno la fortuna della città. Sul modello di Milano anche Como e le altre maggiori città lombarde si erano dotate di organizzazione Comunale e delle relative magistrature.
L'epopea del Libero Comune di Como si dispiega durante il XIII secolo con piena autonomia amministrativa grazie a Statuti Comunali propri e alla notevole prosperità economica derivante da floridi e liberi commerci, ma è continuamente travagliata, come altrove in Italia, dalle lotte civili intestine, fomentate dalle famiglie maggiorenti della città che si contendono le maggiori magistrature e il ruolo sempre più preminente di Podestà: i Vitani di Como sono schierati col partito Guelfo, capeggiato a Milano dai Della Torre ovvero Torriani; i Rusca o Rusconi sono schierati invece col partito Ghibellino, guidato a Milano dai Visconti. Su questo sfondo si proietta l'episodio più traumatico e leggendario della barbara prigionia e morte nel castello Baradello del capo guelfo, già podestà di Como, Napo Torriani: all'indomani della battaglia di Desio del gennaio 1277, che vede vincitori i ghibellini capeggiati da Ottone Visconti sui guelfi, Napo Torrioni è catturato da Ottone Visconti e rinchiuso con figli e parenti nel Baradello, ove i prigionieri resteranno esposti per 19 mesi in tre gabbie di legno appese all'esterno della torre, ben visibili dalla città e dalla strada Regina, a drammatico monito per le velleità guelfe sulla città. Napo Torriani con alcuni dei figli e nipoti morranno di inedia nelle gabbie solo nell'agosto 1277 e la leggenda vuole che venissero sepolti nell'oratorio di S. Nicola annesso al castello o nella chiesetta già paleocristiana di S. Martino in Sylvis, sulle falde del colle, presso S. Carpoforo. Dal 1335 la Signoria Viscontea, nel frattempo affermatasi a Milano, estese la sua influenza anche su Como, con l'appoggio iniziale degli alleati Rusca. Vengono promulgati nuovi Statuti con i quali da parte dei Visconti viene definitivamente cancellata l'autonomia Comunale di Como e, una volta pacificate le fazioni cittadine, i nuovi Signori intraprendono il potenziamento delle fortificazioni, compresa la sopraelevazione della cinta muraria e del massiccio torrione romanico del Baradello, che si eleva di altri 8 metri e diviene svettante e coronato di eloquenti merli ghibellini.
Nel periodo di pacificazione che caratterizzò l'età delle Signorie, anche il Baradello cadde progressivamente in disuso e all'inizio del XVI secolo versava in uno stato di abbandono. Per volere del Marchese del Vasto e di Antonio De Leyva, governatore spagnolo di Milano e luogotenente dell'Imperatore Carlo V, in data 15 aprile 1527, venne nominato l'ultimo Castellano del Baradello, tale Ferdinando Carrera: ma già nell'agosto gli spagnoli, timorosi di non potersi difendere contro le armate francesi del Maresciallo Lautrec ordinarono l'abbattimento della fortezza che fu smantellata in toto eccetto la torre. Durante il Risorgimento Italiano il Tricolore d'Italia fu fatto sventolare da qui durante le 5 Giornate di Como, nel marzo 1948. Nell'estate del 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, la torre ritrova una sia pure effimera funzione militare di avvistamento quando vi si insedia un plotone del 3° Reggimento Bersaglieri di stanza a Milano, nel quadro delle misura di difesa antiaerea e aviosbarchi adottate dal Supremo Comando del Regio Esercito Italiano per la protezione dei principali gangli stradali.
Piacevolissima e agevole è la passeggiata nell'area Baradello del Parco Spina Verde che, toccando vari dei monumenti descritti, conduce alla sommità del colle e al Castello Baradello da cui si gode uno spettacolare panorama su Como, il Lago e l'alta pianura lombarda: si può partire da Piazza San Rocco a Como e, percorsa in salita via Rimoldi, fino al bivio di Via Castel Baradello sul destra, si seguono poi i cartelli indicatori del Parco. Per un percorso più breve, si lascia l'auto nei pressi di Piazza Camerata, con al centro la caratteristica Fontana a cerchi in stile razionalista, e si risale il colle dall'ingresso segnalato del Parco, che si trova sempre sulla Piazza Camerlata. Esistono schede tematiche raccolte nel volumetto: I Sentieri del Parco Spina Verde. Edite dal Parco Regionale, sono disponibili all'Ufficio Informazioni Turistiche di Piazza Cavour a Como: il percorso è descritto nel n° 10 - Sentiero Baradello. Lunghezza del percorso km. 1,9. Tempo di percorrenza: 30 min. Difficoltà elementare. Quota massima raggiunta m. 430 slm . Sulla spianata ombreggiata da conifere sottostante al castello ci sono altri resti monumentali interessanti: una cisterna per la raccolta dell'acqua/abbeveratoio per cavalli e una torretta di avvistamento del XIV sec.che chiudono a est il panoramico pianoro sommitale su cui si trova un' area attrezzata per pic-nic e una baita-ristorante. I volontari del Club Baradel, storica associazione fondata nel 1945 e a cui è affidata la custodia della Torre e delle sue adiacenze, si rendono disponibili per consentire la Visita alla Torre e al suo piccolo museo nei giorni: Giovedì mattino Sabato mattino e Domenica.
La prima iniziativa di restauro della sola Torre risale al 1902 e fu promossa da un apposito Comitato Cittadino previa autorizzazione dell'allora proprietaria del Castello e di parte della collina, signora Teresa Rimoldi. La direzione artistica dei restauri fu affidata all' Ufficio Regionale dei Monumenti di Lombardia nella persona del prof. arch. Luigi Perrone che collaborò con l'Ufficio Tecnico municipale di Como che assunse la direzione tecnica dei lavori. Concorsero all'aspetto finanziario il Regio Governo la Provincia e il Comune di Como, la Società Storica Comense e la Società per gli Interessi di Como, sostenuti anche dai cittadini, che numerosi aderirono alle sottoscrizioni popolari aperte per l'occasione e all'acquisto dei biglietti per l'inaugurazione. Si giunse così, nel tempo record di un solo anno, al compimento del restauro e ai solenni festeggiamenti svoltisi il 30 maggio 1903 per la riconsegna alla città della sua torre-simbolo. Grazie a questo primo restauro furono svuotate del secolare materiale di crollo sia la torre sia l'adiacente cisterna coperta a volta e vennero posizionati nella torre i ripiani e le scale interne. Fu anche ripristinata la scala a rampante unico che raggiunge la porticina d'accesso alla torre, posta a circa un terzo dell'altezza totale sul lato ovest e creata la copertura superiore della torre: ciò fu realizzato col posizionamento di una piattaforma panoramica recante anche un'asta a duplice uso di portabandiera e parafulmine, nel contesto della sistemazione dello spalto di coronamento che fu completato a linea spezzata, anziché orizzontale come nelle altre torri medievali della cinta muraria di Como, scartando anche la velleitaria ipotesi di ripristinare merlature sommitali alla torre, in assenza di oggettiva documentazione relativa alla struttura dei merli originari.
Agli anni fra il 1971 e il 1978 e fino al 1982 risale il grande intervento organico di scavo, ricerca e restauro conservativo del complesso delle strutture fortificate del colle Baradello, limitatamente a quelle della zona identificata come "A" da rilevamento aereofotogrammetrico in scala 1: 2000 del 1965, che dal culmine scende fino alla curva di livello 430 s.l.m. e comprende oltre alla torre altri resti dell'antico castello, le cinte murarie e altre attinenze. La rivitalizzazione delle strutture del Castello Baradello fu voluta dall'allora Amministrazione Comunale e guidata dagli architetti Luigi Mario Belloni e Giovanni Rizza che si ispirarono alle Linee Guida della Carta del Restauro del 1972. Sette anni di indagini e lavori portarono alla sistematica individuazione e messa in sicurezza di tutte le strutture fortificate evidenti sul colle che in varie epoche avevano gravitato attorno al fulcro della torre Baradello. Tale esemplare opera di recupero costituisce l'indispensabile presupposto scientifico per una più documentata interpretazione del ruolo strategico della roccaforte nelle vicende storiche di Como.
Svettante sul culmine del colle Baradello è ben visibile sia dalla città sia da quanti vi giungono provenienti dall'alta pianura lombarda. Salendo nella torre fino alla piattaforma sommitale si gode un impareggiabile panorama a 360° sul lago e la città, la Brianza e la pianura Padana fino a Milano.
Il torrione fu inserito solo in un secondo tempo in un preesistente recinto fortificato che ancora lo cinge con un impianto eccentrico e angolato rispetto all'asse longitudinale del recinto murario tanto che in origine non era previsto cammino di ronda fra torre e recinto, ma successivamente questo venne realizzato rialzando il piano di calpestio con concomitante interramento delle originarie feritoie della cinta muraria. Nello stile si ravvisa un tipico torrione romanico pur se l'edificio attuale comprende nell'alzato parti di epoche diverse.
La torre romanica medievale detta del Barbarossa Si identifica con la porzione più bassa del torrione e ha fondazioni poggianti sulla viva roccia costituita da conglomerato; risulta posteriore alla cerchia muraria che la racchiude; la pianta è un quadrato imperfetto di m 8.20x8.35. lo spessore del muro è di m. 1.50 e sale con rastremazione di cm 20. Di metri 19.50 era l'altezza originaria, considerata dal piano d'appoggio sulla roccia al piano di imposta dei merli che originariamente erano del tipo quadrato cosiddetto Guelfo. Il paramento lapideo è in conci squadrati e bugnati di arenaria locale, mentre nella base sono compresi corsi di grossi ciottoli.
· La parte sommitale cinquecentesca di Azzone Visconti Dopo le vicende del Libero Comune, dal 1294, su Como si estese l'influenza della Signoria milanese dei Visconti che provvidero ad affermare con simboli visibili la propria supremazia e ad adeguare le strutture militari dei presidi periferici del Granducato di Milano , uno dei quali era proprio Como, alle nuove esigenze di difesa. In quest'ottica fra il 1426 e il 1436 vengono eseguite riparazioni e modifiche del complesso fortificato del Baradello e la sopraelevazione della cinta muraria di 2 metri e della torre di circa 8 metri, dotando entrambe di finiture merlate realizzate con merli Ghibellini. La torre raggiunse così 28 metri di altezza con l'imponenza e panoramicità che ancora oggi gode.
La cerchia di mura che racchiude la torre romanica medievale costituisce il nucleo più antico, proveniente cioè dal complesso fortificato primario del colle; questa struttura muraria è simile tipologicamente a quella del Torrione di Castel Seprio (Va) e delle Mura Romane di S. Maria Rezzonico, in alto lago di Como e va inscritta nell'orbita del cosiddetto Limes Bizantinum, cioè il complesso sistema di fortificazioni di confine che in epoca bizantina, intorno al VI-VII sec d.C., sorse nell'area prealpina a comprendere nell'area comense Castron Leuci (Lecco?), Castron Martirion (Castel Marte?), Isola Comacina (in centro Lario) e Castron Baractelia (Castel Baradello?), come è citato dallo storico Giorgio di Cipro nella sua Descriptio orbis romani del 604 d.C. La cinta murata presenta asse nord est >sud ovest e un ingresso alto cm.1.90 che poteva essere sprangato e si apriva sul lato nord ovest, in corrispondenza dell'arrivo qui del percorso di crinale proveniente dalle altre colline della dorsale Spina Verde. L'impianto del recinto è trapezoidale con lati di m. 10.40x13.76 perimetrati con muratura di spessore vario fra m 1.30 e 1.60. e con altezza di m. 3.28. Nella muratura sono state riportate in luce le 7 feritoie originarie alte 110 cm, collocate a circa 2 metri dal suolo e poste con una certa simmetria per dare visibilità sui 360°: strombate verso l'interno, hanno luce interna di cm. 90 ed esterna di 9. Anche il paramento murario del recinto è costituito da conci squadrati e bugnati di arenaria locale e vi sono inseriti vari pezzi di recupero di epoca romana, come due coperchi di ossuario in sarizzo e un frammento di capitello in marmo di Musso. All'epoca del Barbarossa e poi di Azzone Visconti sui lati Sud ed Est vennero eseguiti due successivi sopralzi delle murature: all'epoca viscontea c'era dunque un coronamento merlato con merli ghibellini che sostituirono quelli guelfi precedenti e le murature vennero alzate con spessori di minore consistenza fino a portare il vertice degli spalti a m. 8.38 sopra l'originario piano di imposta della torre.
Salendo la scala a gradoni che dal pianoro del colle conduce alla torre, si accede al recinto murario attraverso un suggestivo portale a sesto acuto: e' una classica struttura del XIV secolo realizzata quasi sicuramente in concomitanza con la soprelevazione della torre e della cerchia muraria voluta da Azzone Visconti. Sarebbe anche più antica la struttura interna del portale di accesso realizzato con una enorme architrave in sarizzo sovrastato da lunetta circoscritta da arco a tutto sesto e leggermente ribassato, realizzato in conci di arenaria. Anche qui potrebbe trattarsi di reimpiego di strutture precedenti di recupero.
Si osserva sulla destra mentre si sale la scalinata che porta alla torre ed è ciò che resta di una costruzione civile databile al XII secolo, della quale si è conservata la parte orientale, dalla tipologia molto importante per la conoscenza delle caratteristiche edificative del periodo. La leggenda tramanda che in quest'edificio avesse alloggiato l'Imperatore Federico I detto il Barbarossa, nelle due occasioni in cui venne a Como.
Il minuscolo oratorio di S. Nicolò - o San Rocco - costituiva la cappella annessa alla rocca fortificata: era absidato e con aula unica : fu identificato solo nel corso dei restauri degli anni Settanta del Novecento; l'impianto dell'edificio è ritornato in luce solo a livello delle fondazioni, ma non si è conservato l'alzato: i muri perimetrali erano impostati su un filone di roccia degradante e ancora si nota bene la piccola abside con diametro di soli 2 m. e decisa orientazione a est; appare lievemente angolata rispetto all' unica navatella che misurava in origine metri 5.50x3.04 ma fu successivamente accorciata per ricavare il locale per la macina. Si tratta di una chiesa di epoca Bizantina: infatti la planimetria, l'angolazione abside-navata e la tipologia muraria suggeriscono una datazione altomedievale, pressoché coeva al Limes Bizantino (VI-VII secc. D.C.). La dedicazione a san Nicola non appartiene alla tradizione delle cappelle castrensi, ma forse questa tramandata dalla tradizione non è la dedicazione originaria ma una successiva. La leggenda vuole che in questa cappella venisse sepolto Napo Torriani all'indomani della sua detenzione e morte nella gabbia esposta sulla torre per mesi. Dagli archeologi Belloni e Rizza è stato escluso qualsiasi rinvenimento di reperti ossei, al momento degli scavi del Baradello, quando però la chiesetta fu rinvenuta già priva della pavimentazione.
Con dimensioni di m. 4.40x4.15, strutture voltate e muri relativamente sottili di m.0.80 sorse contemporaneo e contiguo alla chiesa: si trattava forse di una casa-torre e aveva un pavimento rivestito in pozzolana: assolveva di certo a una funzione precisa e non era una semplice cisterna per l'acqua. Si pensa potesse essere la casa ove risiedeva il Castellano.
La cisterna coperta a volta è sita a ridosso dello spigolo nord della primitiva cerchia muraria ed è un ambiente scavato completamente nella roccia e dotato di copertura con volta a botte a tutto sesto. Ha dimensioni di m. 4 in profondità e di m. 5.74 e 3.88 nei lati esterni. L'interno della cisterna è intonacato con un conglomerato di colore rosa, del tipo pozzolana e vi si accede mediante un "passo d'uomo" aperto nella volta. Il passaggio risultava chiuso da una pesante lastra di ferro ribaltabile alla quale era fissato un complicato meccanismo di chiusura databile al XVI sec. il che fa dedurre che la cisterna fu usata fino alla distruzione del complesso fortificato, appunto nel XVI secolo. La cisterna voltata attualmente risulta precedente alla torre che, dato l'ingombro della cisterna, dovette essere costruita completamente a sud, quasi a ridosso del recinto murario.
Databili all'epoca Viscontea e al XV secolo sono gli ambienti per la panificazione e la cucina: il forno e il locale per la macinatura del grano - che derivò dall'assemblaggio di locali precedenti, come si desume dalla pianta anomala trapezoidale con assi di m 8X4.50, e che andò perfino a sottrarre spazio al piccolo oratorio romanico di San Nicola. Qui fu rinvenuta anche la macina in pietra con i due elementi rotanti per macinare le granaglie che venivano poi cotte per fare il pane nell'adiacente ambiente del Forno, una spaziosa cucina di m. 15.80x5. Al forno si accedeva oltrepassando un arco a tutto sesto, tuttora visibile, in conci regolari di arenaria, che appare stilisticamente non pertinente ai secoli XIV e XV, quando gli archi erano costruiti a sesto acuto: ciò suggerisce l'esistenza di locali con funzioni analoghe già in epoca precedente la Signoria e il reimpiego in epoca Viscontea di materiali provenienti da strutture di epoca romanica.
Sul lato occidentale del complesso fortificato, superato il portale archiacuto, sulla sinistra si vedono accanto alla cisterna trapezoidale due locali rettangolari, di cui uno è esteso m. 10.55x4.79, ha ingresso a est e avanzi di pavimento in sasso di moltrasio. Di fronte, nella cinta muraria a est, si apre verso l'interno un ampio arco cieco ove è posizionata una struttura in pietra adibita a servizio igienico con scivolo di scarico verso l'esterno, analoga a un'altra simile presente nella parte viscontea della torre. Una buca per colata di fusione, con caratteristica inclinazione e forma di fiasco, veniva utilizzata per fondere metalli e realizzare munizioni e riparare le armi come si evince dallo spesso strato di combustione annesso e da strutture montanti per la paratia destinata a trattenere il metallo fuso che veniva poi colato negli stampi.
La cisterna trapezoidale è vicina ai suddetti ambienti e forse aveva funzione di riserva d'acqua piovana, come appare assai probabile data l'assoluta carenza di sorgenti sul Baradello.
I reperti ritrovati nei vari ambienti sono oggi conservati nei Musei Civici di Como e nel Museo della Torre e fra essi si annoverano:
- Armi e utensili di uso militare: un imbuto in materiale refrattario e crogioli per fusione in arenaria con residui di piombo per palle da frombolieri del XIII sec - Palle di granito o arenaria per bombardella da fortezza e per bombardella a mano del XV sec. - verrettone da balestra con punta a quadrello e elementi di armatura e fibbie per bardatura da cavallo del XV sec. - borchia da mantello con smaltato un cavallo stilizzato, del XIII-XIV sec.
- Oggetti della vita quotidiana: brani di intonaco affrescati con decori geometrici e bordure del XIV sec. - capitello per colonnina da bifora in calcare decorato a fogliame lanceolato del XIII sec. - grossa chiave sagomata del XII sec. - Vasellame medievale graffito e smaltato come brocche, bacinelle, scodelle fra cui una ciotola a smalto chiaro con decorazione interna incisa con tematica erotica di estrema crudezza e essenzialità delle linee - pannello radiante per stufa a forma semicilindrica e smaltature verde del XIV sec, proveniente dalla consuetudine germanica d'oltralpe e infine un commovente bacile da parto della stessa epoca in ceramica decorata con una figura femminile su "seggiolone da parto" in uso nel medioevo, che per dirla con le parole dello stesso L. M. Belloni "Ci tramanda il ricordo di questa a noi ignota madre che lassù sul colle, fra le mura del castello, testimone di una tragica realtà di distruzione e morte donò la vita a un nuovo essere umano.
Il Palio dimentica la rocca del Baradello - Il custode denuncia: <<Neppure un drappo, mentre il castello di carta è tutto bardato>>
ll Palio snobba la «Sentinella di pietra». Programma ricco, anzi ricchissimo, quello della 218
edizione della rievocazione storica cittadina, ma nei 13 giorni di immersione nel Medio Evo, tra
messe, cortei storici, gare,
rappresentazioni teatrali,
mercatini, concerti e cene
medievali, il comitato organizzatore del Palio del
Baradello non è riuscito a
ritagliare nemmeno un angolino per il castello
che alla manifestazione
ha dato il nome, e pure
una buona dose di notorietà. «La delusione è forte -
esordisce il custode Romano Bousquet - non lo
dico solo per me, ma per
tutti i comaschi che conoscono la storia della rievocazione storica, e ricordano i bei tempi quando
il piazzale del Castello era
gremito di figuranti e si festeggiava in onore del Barbarossa.
Poi, improvvisamente,
la manifestazione si è trasferita in città e il Baradello è stato completamente ignorato».
La storia del Palio parla chiaro: nel lontano 1980
infatti, nel quartiere di
Camerlata, un gruppo di
appassionati decide di
riunirsi in associazione
per divulgare la storia medioevale del borgo popolare, situato ai piedi del
castel Baradello, e nel
giugno dell'anno successivo, le strade dei quattro
rioni della Circoscrizione
3 (Breccia, Rebbio, Camerlata e Prestino, furono
attraversate dalla prima
sfilata in costume chiamata «Palio dei IV borghi
del Baradello», diretta alla vecchia torre del castello, con la popolazione
incredula, ma estasiata.
Nell'82 entra la compagine di Sant'Antonio e il Palio diventa una realtà sempre più radicata.
Nell'83 infine la rievocazione si trasferisce in centro città.
«Sarà bello quello di
cartone che è stato piazzato all'imbocco dell'autostrada - taglia corto Bousquet - bardato di tutto punto, mentre al simbolo della città e del Palio
stesso nemmeno un drappò o un gonfalone. L'unico segno tangibile della manifestazione sono le bandiere che i borghi
mi hanno regalato lo scorso anno, ma è un'iniziativa loro personale che nulla ha a che vedere con la
manifestazione». Eppure
sulla copertina dell'opuscolo del Palio il castello c'è, ma è stato declassato al ruolo di "comparsa"
per la realizzazione del
servizio fotografico.
Sos: uomo appeso al Baradello - Forze dell'Ordine mobilitate, ma erano solo bandiere
Le bandiere del Palio sul Castello Baradello, scambiate per un uomo in pericolo di vita, mettono in subbuglio la città.
Si è trattato probabilmente di una svista, frutto di una buona immaginazione e di un po' di miopia collettiva. Fatto sta che ieri, poco prima di mezzogiorno, sirene, elicotteri e vigili del fuoco hanno seminato la preoccupazione a Camerlata a causa di un falso allarme.
Da settimane, ormai, gli stendardi issati nei giorni del Palio sventolano sulla cima del castello che m del Barbarossa.
E nessuno, com'è naturale, aveva avuto dubbi su' cosa fossero quelle macchie di colore in movimento. Fino a ieri.
Quando un comasco puntuale, forse un pochino precipitoso, passando per Camerlata ha visto qualcosa di strano.
E ha deciso di alzare la cornetta per contattare immediatamente il 118.
«C'è un uomo appeso al castello Baradello, con un parapendio o qualcosa i simile», deve aver detto il cittadino, un ragazzo, a chi gli rispondeva. Un brutto incidente, un uomo in pericolo di vita, a questo pensavano i soccorritori quando si sono lanciati in tutta fretta verso la torre medievale. Per mezz'ora l'elicottero del 118 ha, sorvolato in circolo la cima del monte per rintracciare e salvare al più presto il malcapitato sospeso sul 1 Baradello. Intanto, due automezzi dei vigili del fuoco carichi di una decina di uomini si arrampicavano su su verso il castello. Fatica sprecata. Perché giungendo ai piedi del Baradello le forze dell'ordine si sono presto rese conto che non c'era nessun parapendio e soprattutto nessun uomo in pericolo.
Le bandiere, probabilmente spostate da qualche colpo di vento, avevano infatti cambiato posizione, disegnando, a vederle da lontano, una sagoma poco identifìcabile.
Finisce lo spettacolo e rubano lo spaventapasseri
Furto al Castello Baradello, sparisce uno dei fantocci a guardia della rappresentazione teatrale messa in scena nell'ambito del Palio cittadino. La rocca del Barbarossa è stata teatro, domenica pomeriggio, del libero adattamento de "II Settimo sigillo" di Ingmar Bergman, organizzata dal Teatro arte Orizzonti inclinati: per l'occasione il custode del castello Romano Bousquet - che tra l'altro compariva tra gli attori del cast aveva predisposto una invitante scenografia, sia all'interno
della cinta muraria sia lungo la ripida scalinata che porta alla "sentinella di jgietra", fatta di cartellonistica in legno invecchiato, locandine e fantocci a grandezza d'uomo con tanto di alabarda e piglio severo. Ma al momento dell'inventario, l'amara scoperta. «In un primo momento - spiega Bousquet ho pensato a uno scherzo di qual che figurante o attore, e ho fatto il giro della zona alla ricerca del pezzo mancante all'appello, ma poi ho dovuto arrendermi all'evidenza dei fatti e constatarne la sparizione. Probabilmente una persona dalla ma no troppo lunga se l'è caricato in macchina come ricordo della giornata passata tra guerrieri giocolieri e cavalieri». Valore materiale del danno? Pochi euro, in quanto si trattava di una sorta di spaventapasseri fatto di legno e abiti dismessi, ma per il custode, che realizza con le sue mani e a sue spese tutte le scenografìe presenti nel castello, il danno si è trasformato in amarezza e delusione.
Il Baradello di Como torna in vita - Da due anni ci si adopera per ricostruire l'atmosfera della roccaforte
La torre di Como, il Baradello, è tornata a vivere grazie all 'impegno dell'inventore artigiano Romano Bousquet.
Con il consenso degli Amici del Baradello, ha ridato vitalità e splendore agli accessi ed alla torre dopo gli ultimi restauri interni, eseguiti nel 1971 e nel 1985. Da due anni è mezzo, infatti, Romano Bousquet lavora per ricostituire l'antica atmosfera della roccaforte, che (intomo alla seconda metà del 1100) era un importantissimo punto di avvistamento. Si è basato sulla documentazione e sulle armi dell'epoca per dipingere quadri raffiguranti gli ospiti del castello o ricostruire le armi utilizzate dai custodi: catapulte, archibugi, balestre, cannoni e fucili a miccia. Il Baradello non era soio un luogo di avvistamento e difesa, vi venivano anche puniti coloro che si opponevano al regime di Federico Barbarossa (ideatore della torre) e al governo della città. L'esempio più significativo è rappresentato da Napo Torriani, che fu rinchiuso in una gabbia, dove morì 13 mesi dopo. Un manichino riproduce il capo della fazione guelfa incatenato nell'angusta prigione. Il castellò fu utilizzato come osservatorio non solo dal Barbarossa, ma anche da Napoleone è dai garibaldini. Oltre ai congegni bellici, l'inventore ha ricostruito macchinali tessili legati alla storia di Como. Ma il pezzo forte del Baradello è rappresentato dalla sala delle torture, che Romano Bousquet ha allestito nei sotterranei con macabra fedeltà. Tra il XII e il XIII secolo era sorto infatti il tribunale ecclesiastico dell'Inquisizione, con lo scopo di difendere la fede cristiana dall'eresia.
Chiunque veniva indicato dalla voce pubblica o da testimoni come eretico, era citato davanti all'inquisizione e giudicato.Se negava l'imputazione si cercava di ottenere una confessione con vari mezzi, dalla prigione alla tortura. I pochi che resistevano venivano quasi sempre assolti. Nella sala sotterranea del Baradello si possono ammirare i dipinti raffiguranti le torture alle quali erano sottoposti i malcapitati. L'inventore ha pure ricostruito gli strumenti utilizzati per strappare confessioni agli «eretici», come pungiglioni e catene. Due manichini rappresentano il boia e lo scrivano, mentre le bare rammentano la triste fine delle vittime. «Prima c'erano anche una mummia e alcune teste mozzate, ma abbiamo dovuto toglierle perché i ragazzi rimanevano tròppo impressionati» spiega Romano Bousquet. «Sono soprattutto le scolaresche della zona di Como a visitare il Baradello. Purtroppo troppo pochi sanno dell'importanza storica della torre per la nostra città». Un'altra critica è mossa alle istituzioni della città: <<Si disinteressano del Bàradello. Nei magazzini del museo di Como ci Sono armi originali provenienti dalla torre, ma le autorità non sono interessate a restituirle al luogo d'origine». In mancanza dei pezzi autentici, Romano Bousquet ha deciso quindi di impegnarsi per conferire alla torre l'importanza che merita, essendo stata protagonista di un momento partìcolarmente significativo della storia di Como. Il Baradello è aperto giovedì, sabato, domenica ed i giorni festivi (dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 17), tempo permettendo, poiché bisogna camminare circa un chilometro per raggiungerlo. Per informazioni e per organizzare la visita guidata da parte di gruppi e scolaresche durante i giorni di chiusura, ci si può rivolgere allo 0039.031.69.28.05.
Il Comune salvi il Baradello
<<Non è possibile che il Comune affidi un simbolo dì Como alla buòna volontà di un volontario>>. Sul caso del Baradello interviene Davide Ruggiero, consigliere provinciale della Lega Nord. Lo fa per rilanciare le accuse sollevate ieri dal custode del castello, Romano Bousquet, afflitto perché, oltre a non ricevere alcun tipo di contributo, si è visto anche chiedere la restituzione delle bandiere che gli erano state date da esporre in occasione del Pallio. «Bisogna denunciare la situazione a gran voce - afferma Ruggiero - è a dir poco indegna. Occorre promuoverlo e renderlo appetibile per i turisti».
Il consigliere provinciale parla per esperienza: «Quest'estate - racconta - ho avuto modo di visitare il castello e vi erano presenti dei turisti tedeschi. Ma l'allestimento interno non era certo confacente. Bousquet l'ha arredato con la sua arte e il suo estro. Ma non bastano i suoi quadri e le sue ricostruzioni di strumenti medievali per dare la dimensione della lunga storia di quell'edificio».
Ruggiero annuncia che contatterà l'assessore comunale al Turismo, Patrizia Maesani (An): «Intendo sollecitare in tutti i modi - afferma l'esponente del Carroccio - l'intervento di Palazzo Cernezzi».
C'è un faro anche sul Baradello
Il castello Baradello è quasi a norma: il custode ha installato le segnalazioni luminose. La sorte della rocca medievale voluta dall'imperatore Federico Barbarossa è però ancora una volta in mano all'iniziativa dei privati, che si preoccupano per la sua incolumità, ma anche per quella dei velivoli e dei relativi passeggeri, così come si fa per tutte le sporgenze quali grattacieli, antenne e tralicci vari.
Sul tetto del castello è stato montato un piccolo faro in ottone, alto poco meno di un metro, sormontato da una luce rossastra intermittente che di notte ne segnala l'ingombro in altezza. Anche se non rispetta in pieno la regolamentazione intemazionale, il manufatto - realizzato dal custode nonché inventore Romano Bousquet a sue spese, fa il suo lavoro e presto dovrebbe essere affiancato da un timer e da un faretto gemello con luce verde o bianca, sulla falsa riga
dei fasci di luce che scaturiscono dal faro di San Maurizio. In questi giorni poi è stata nuovamente allestita la stella di Natale che illumina la parte alta della rocca andandosi ad aggiungere ai potenti faretti che già rendono la sagoma della Sentinella di pietra ben visibile anche di notte, sortendo un affascinante quanto tenebroso effetto nebbia gelida.
Scolaresche al Baradello: lezione sul medioevo
Sono riprese ieri mattina, curate dai figuranti del Palio, le visite guidate a quella che fa la rocca del Barbarossa: due i plessi interessati: le elementari di Lora e di via Montelungo con oltre sessanta alunni di quarta che hanno potuto assistere ad uno spaccato di vita medievale. grazie alla disponibilità di una ventina tra castellane, capitani, guardie comensi, tamburini e gli immancabili Federico Barbarossa e la consorte Beatrice di Borgogna. Guidati dal maggiorente del Palio Bruno Busoni, i personaggi in costume hanno ripercorso le tappe della Como medievale con una escursione all'interno del castello che il custode Romano Bousquet ha recentemente arricchito di altri arredi quali la riproduzione di una gogna. Molto interessati ma soprattutto affascinati erano i ragazzini che hanno tempestato i figuranti di domande e avuto la possibilità di ammirare da vicino i costumi appartenenti alle varie contrade che a settembre prenderanno parte al Palio cittadino. Per pren tare le visite al castello è sufficiente mandare un fax al numero 031/520124 della segreteria dell'associazione Cavalieri Palio del Baradello di via Badone a Camerlata.
Il settimo sigillo sotto la pioggia. E mercoledì oche
II Palio del Baradello riscopre la "Sentinella di pietra". La rocca del Barbarossa, da tempo snobbata dalla rievocazione storica cittadina, è stata teatro, ieri, della rappresentazione teatrale de «II settimo sigillò», libero adattamento della storia cinematografica del grande regista-autore Ingmar Bergman, curata dal Teatro arte Orizzonti inclinati.
Il secondo appuntamento con il fitto programma del Palio meritava un pubblico ben più numeroso, ma la pioggia ha voluto metterci lo zampino facendo ruggire i più timorosi: alle 17, però, almeno centocinquanta persone si erano "accomodate" sull'erba e sui muretti antistanti la costruzione medievale e gli attori jhanno deciso di dare ugualmente inizio alla rappresentazione, contornata da giullari e giocolieri che ha visto anche la presenza di due cavalli, oltre ai rappresentati dei borghi del Paldo.
Bravi gli attori, che hanno saputo coinvolgere il pubblico presente nonostante l'impianto audio facesse le bizze, e particolarmente curati i costumi e il trucco. Tra gli (interpreti figuravano anche il guardiano del Castello Romano Bousquet e la regista della rappresentazione Miriana Ronchetti. E' già la seconda volta che la pioggia fa la sua comparsa dispettosa al Palio: sabato sera la cerimonia del giuramento dei capitani è iniziata con un'ora abbondante di ritardo, ma anche in quell'occasione chi ha atteso la fine degli scrosci d'acqua è stato premiato, godendosi per intero Io spettacolo di musiche e giochi di fuoco del gruppo torinese dei Folet de la Marga, e la chiusura con i giochi di bandiere degli sbandieratori di Como e di Tavernola. Oggi e domani il Palio riposa. Si riprenderà mercoledì sera, nella contrada San Donnine, con un nuovo corteo storico e l'inedita corsa delle oche bianche che dovrebbe attirare le ire degli animalisti cittadini.
I pesci del Baradello costretti a traslocare
Cade nel vuoto l'appello del custode della rocca del Barbarossa: laghetto sempre più a secco e pesci rossi messi in salvo nelle acque del lago. Il caldo africano di queste settimane sta facendo danni. Soffrono anche gli animali, cani e gatti in particolare, ma pure per i pesci i tempi sono duri. Nei giorni scorsi Romano Bousquet, guardiano del Baradello, aveva tentato di evitare il peggio portando taniche d'acqua, ma senza appoggio i suoi sforzi sono risultati vani; l'acqua evaporava e il livello del laghetto restava troppo basso per mantenere in vita la fauna ittica. Nemmeno il suo appello ha avuto riscontro, e così ieri la decisione di recuperare i pesci più grossi dando loro una speranza di vita nelle acque del lago. L'operazione è durata tutto il giorno e diversi sono stati i chilometri percorsi, dall'area sottostante il castello alla riva del lago nei pressi dell'hangar. Il laghetto artificiale, da anni alimentato grazie all'acqua piovana, era diventato un acquario circa un anno fa, e i visitatori hanno sempre apprezzato gli sforzi per rendere quel fazzoletto di Spina verde sempre più accogliente. Nel giro di pochi mesi gli animali si sono moltipllcati raggiungendo quasi il migliaio e molti hanno raggiunto dimensioni invidiabili, ma nessuno pensava a una stagione con piogge zero e due mesi fa è partito il primo allarme: Bousquet ha chiesto l'intervento dei pompieri che hanno provveduto a colmare il laghetto, ma il perdurare del gran caldo ha costretto il custode a lanciare un nuovo appello, questa volta diretto alle istituzioni e alle associazioni, ma non è servito: «Non me la sentivo di lasciarli morire e li ho trasferiti. Non tutti, poiché quelli più piccoli possono resistere ancora, sempre sperando che prima o poi il cielo ce la mandi buona».
Rilievi planimetrici zona "A" a lavori ultimati ottobre 1979